Fodara Vedla, o l’elogio della fatica

C’è un posto, nel cuore delle Dolomiti, che amo particolarmente e dove vado ogni volta che posso, in ogni stagione.

E’ una piccola valle isolata, a circa 2000 metri di altezza, accessibile grazie a una vecchia strada militare, scavata nella roccia dagli alpini negli anni Sessanta.

In questa valletta oggi c’è un rifugio, il Fodara Vedla, e piccoli alpeggi dove gli abitanti del posto portano in estate le mandrie.

Per arrivarci, si parte dal rifugio Pederu, in fondo alla Valle dei Tamersc, nella zona di San Vigilio di Marebbe.

Proprio qui inizia la stradina militare.

I proprietari degli alpeggi hanno il permesso per salire in fuoristrada, mentre tutti gli altri, per scalare i circa 700 metri di dislivello che portano a destinazione, possono contare soltanto sulle proprie gambe, a piedi o in bicicletta.

La strada attacca subito con cinque tornanti ampi e ripidi, incisi nella roccia: non ci sono scorci panoramici, non c’è la pace dei boschi, non c’è nulla. Solo fatica, roccia nuda e fatica.

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La tentazione è sempre la stessa: mollare, perché la fatica che si sta facendo è fine a se stessa, in quel momento non è ripagata da niente. Non dal panorama, non da benessere fisico; rimane soltanto la vaga promessa di quello che si troverà una volta arrivati alla fine della strada.

Ma se con con costanza si continua ad allineare un passo dopo l’altro, lentamente, anche il cuore e il respiro ritrovano il proprio ritmo. Tutte le energie di cui si dispone vengono dedicate a questo, la concentrazione è massima. Camminare, un piede dietro l’altro; respirare il più profondamente possibile; bilanciare sulla schiena il peso dello zaino.

E lungo la strada, un po’ per volta, si lascia tutto il resto.

A ogni tornante lascio un pensiero inutile, un problema che mi sembrava irrisolvibile o una preoccupazione latente che per molto tempo ha continuato a ripresentarsi, senza che si affacciasse una soluzione.

Questi sono solo pesi in più che rallentano la salita e rendono difficoltoso il raggiungimento della meta. La fatica non lascia spazio per altre cose, ci siamo soltanto e io lei.

E’ una sensazione pura e acuminata, cristallina, totalizzante.

Dopo i primi cinque ampi tornanti, la strada si stringe, come se si stesse salendo su una piramide, e la roccia lascia posto a un rado boschetto di larici. Il sollievo è solo apparente, perché in questo punto la salita si fa ancora più ripida.

Ma ora sono pronta ad affrontarla, sono già più leggera rispetto alla partenza: le scorie sono rimaste a valle, e il loro peso non mi rallenta.

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La sensazione di leggerezza è completa. Non la avverto solo a livello fisico, ma soprattutto sul piano mentale. E’ come se la testa si svuotasse a ogni passo, a ogni respiro.

E’ come se diventasse un foglio bianco, pulito, pronto ad accogliere una storia da scrivere da zero, una nuova idea, una vita da ricominciare.

E un senso di serenità primitiva, assoluta, è quello che si prova quando si valica un piccolo anfiteatro di roccia e la vista si apre sulla valle di Fodara Vedla. Prati verdi, ruscelli, le Dolomiti sullo sfondo.

Ogni volta che percorro questa strada fino alla meta, nasco di nuovo.

La fatica è una grande alleata: ripulisce, alleggerisce, azzera. Rende lucidi, obiettivi, consapevoli che non esistono montagne che non possono essere scalate. Si tratta solo di mettere un piede davanti all’altro, una lunga fila di passi che, lentamente, ci porta lontano, dove non avremmo immaginato di poter arrivare.

In questi anni, sono salita a Fodara Vedla decine di volte, in tutte le stagioni. Ho provato il caldo e il freddo, ho respirato polvere e neve. Ogni volta che ho portato il mio fardello su quelle curve, ne sono poi scesa alleggerita, piena soltanto di luce.

Non vedo l’ora di poter tornare a Fodara Vedla.

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